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da Roberto Mazzoni | Mar 26, 2018 | Conoscere gli USA |

La dimostrazione di legami forti con l’Italia è il requisito primario quando si chiede un visto per gli Stati Uniti. Non esiste una formula predefinita oppure documenti standard da utilizzare a questo scopo. Ci sono tuttavia elementi comuni che bisogna comprendere e includere nella presentazione che farete al vice-console al momento dell’intervista.

Infatti la sua decisione dipenderà in gran parte su quel che direte e non sui documenti che avrete portato con voi. Di fatto, in molti casi, tali documenti non vengono neanche presi in considerazione. Quel che il funzionario deve stabilire nei primi minuti del vostro colloquio è se state cercando di immigrare illegalmente negli USA.

La seconda cosa che deve stabilire è se il visto che state chiedendo è adatto per quel che intendete fare una volta in territorio americano. Deciderà su questi due punti ascoltando quel che direte.

Nel video allegato a questo articolo diamo una serie di consigli su come impostare la vostra presentazione. Queste informazioni sono state vere per lo meno negli ultimi dieci anni. Probabilmente resteranno vere ancora per lungo tempo. Per lo meno fino a quando non ci sarà una nuova riforma delle leggi d’immigrazione che per ora sembra ancora lontana.

I legami forti sono inversamente proporzionali alla vostra età

Il primo fatto che dovete comprendere è che la dimostrazione di legami forti è più semplice al crescere della vostra età. Immaginiamo che intendiate fare un giro intorno al mondo fermandovi negli Stati Uniti per 6 mesi. E che per tale motivo chiediate un visto B2 da turista.Avrete molte più possibilità di farcela se avete 60 anni anziché 25. Sempre a condizione di mostrare di avere i soldi per pagare il vostro viaggio e di avere un motivo valido per tornare in Italia.

Se siete giovani e senza lavoro, la richiesta di un visto B2 diventa molto rischiosa. E’ più probabile che vi concedano un visto da studente, ma dovrete essere molto convincenti anche in quel caso. La regola chiave è dimostrare che sarete costretti e obbligati a tornare in Italia allo scadere del vostro visto. Se non riusciste in tale intento e il visto vi fosse negato, potrete presentare una nuova domanda che dimostri una situazione considerevomente mutata rispetto alla prima domanda.

Se non c’è una grande differenza di elementi tra le due domande, è molto probabile che venga bocciata anche la seconda richiesta.

Roberto Mazzoni

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Scienza Nutrizione – A scuola di Prevenzione Pre-Primaria

Diete
Posted by admin on

La dieta chetogenica è stata ampiamente usata a partire dal 1920 come terapia nei casi di epilessia e dagli anni ’50 come dieta dimagrante. Dopo un periodo di oblio, legato in parte alla scarsa conoscenza di questo regime alimentare e alla sua presunta pericolosità, la dieta chetogenica è ritornata in auge grazie all’impegno di alcuni ricercatori che ne hanno messo in evidenza le proprietà terapeutiche.

La dieta chetogenica , prevedendo l’esclusione dei carboidrati, si basa quasi interamente sull’apporto di proteine e di grassi. Questa particolare composizione in macronutrienti induce nell’organismo una condizione nota come chetosi . In assenza di carboidrati sono principalmente i grassi ad essere usati a scopo energetico e da qui deriva l’applicazione della dieta chetogenica ai fini del dimagrimento.

Lo scenario è il seguente: non ci sono abbastanza zuccheri in circolo e allora l’organismo corre ai ripari attivando una particolare via metabolica (nota come beta-ossidazione degli acidi grassi ) in grado di produrre i corpi chetonici a partire dai lipidi alimentari o da quelli di deposito. I corpi chetonici possono essere usati dal cervello, dai globuli rossi e dal muscolo cardiaco ovviando così alla carenza di zuccheri circolanti.

Ancorché considerare la chetogenesi una manovra forzata il cui fine è quello di indurre il dimagrimento dovremmo invece ammettere che si tratta di un processo fisiologico, lo stesso che ci ha consentito di sopravvivere in periodi di carestia e che entra in funzione durante i digiuni prolungati (compreso quello notturno) in coloro che hanno una buona sensibilità lipolitica .

Per molti aspetti strutturali la dieta chetogenica assomiglia al digiuno . Diversamente dal digiuno però consente di mantenere invariata la massa magra (ed in particolare la massa muscolare) durante il dimagrimento.

La dieta chetogenica dimagrante: i punti deboli

Come gestire la voglia di zuccheri?

La chetogenesi è dunque scritta nel nostro patrimonio genetico. In epoca di carestia solo i più adatti sopravvivevano ed erano coloro in grado di fare un’ottima chetosi perché dotati di una buona sensibilità lipolitica. Ai giorni d’oggi l’impiego della dieta chetogenica dimagrante si scontra con la nostra innata spinta verso il sapore dolce, verso la ricerca dei carboidrati semplici e di quelli complessi. L’industria ha lavorato negli ultimi anni alla produzione di alimenti che pur assomigliando a pane, pasta, biscotti hanno invece una composizione prevalentemente proteica (con meno di 4 grammi di carboidrati ogni 100 grammi). L’uso ponderato di questi prodotti può contribuire a superare l’astinenza dal “dolce” anche in corso di dieta chetogenica .

La dieta chetogenica dimagrante: i punti deboli

Ma i grassi alimentari non fanno male?

La prima premessa è che la dieta chetogenica è una dieta normo-proteica (apporta tante proteine quanto una qualsiasi altra dieta) e ipolipidica. La quantità in grassi deve mantenersi bassa se lo scopo è quello di indurre il dimagrimento. Così facendo la produzione di corpi chetonici avverrà a partire dai grassi di deposito.

La seconda premessa è che esiste una dieta chetogenica normocalorica nella quale l’assenza dei carboidrati è colmata da un “eccesso” di grassi. Si tratta di un approccio nutrizionale che trova applicazione nel trattamento delle epilessie refrattarie ai farmaci, di alcune condizioni genetiche come il deficit di GLUT1 e delle cefalee croniche. I soggetti (per lo più bambini) che vengono avviati a questo tipo di dietoterapia devono attenersi scrupolosamente alle indicazioni stabilite dal medico curante e lo devono fare per tutta la vita. La necessità di indurre la produzione di corpi chetonici (ad essi è attribuito il ruolo terapeutico) senza compromettere la crescita dei bambini impone un apporto in grassi che è sensibilmente più alto di quello di una dieta ordinaria. L’efficacia di un simile trattamento è ampiamente documentata mentre non si rivelano nei alterazioni del quadro lipidico plasmatico (con innalzamento del colesterolo LDL o dei trigliceridi) a meno che non ci sia una forte componente di familiarità.

Negli ultimi tempi si è andata diffondendo la consapevolezza che l’attuale epidemia di obesità è legata principalmente all’aumentato introito in carboidrati semplici come dimostrano i dati epidemiologici. Se da una parte non sono pochi coloro che ritengono che la dieta chetogenica possa essere causa di dislipidemia , dall’altra è doveroso precisare che una buona quota del colesterolo ematico deriva da un processo di sintesi endogena. Se dunque il colesterolo presente negli alimenti influenza in minima parte la colesterolemia , è vero invece che una dieta caratterizzata dall’eccessiva presenza di zuccheri e dai conseguenti picchi insulinici spinge il fegato a sintetizzare una grande quantità di colesterolo.

Diversi gruppi di ricerca (e tra questi quello diretto dal Prof. Antonio Paoli) hanno dimostrato peraltro che la dieta chetogenica è in grado di ridurre i valori ematici di LDL e di trigliceridi e di elevare l’HDL.

La dieta chetogenica dimagrante: i punti deboli

La prevalenza di grassi e proteine può causare intestinale?

Uno degli “effetti collaterali” della dieta chetogenica è la comparsa di stipsi . Per contrastare l’instaurarsi di questa condizione è importante bere acqua in quantità adeguata (almeno 2 litri al giorno ) per tutta la durata della chetogenesi. Importante è anche l’assunzione di fibre alimentari che derivano dalla verdura (la frutta non compare in questo tipo di dieta).

La dieta chetogenica dimagrante: i punti deboli

C’è spazio per le trasgressioni?

Se in altri regimi alimentari viene data la facoltà di gestire uno o più pasti liberi nel corso della settimana, la stessa cosa non si può dire per la dieta chetogenica che richiede al contrario un rigore assoluto. Affinchè l’organismo “capisca” che non stanno arrivando più i carboidrati con gli alimenti e avvii la produzione dei corpi chetonici sono necessari in genere due o tre giorni. A questo punto basta una piccola trasgressione (sotto forma di un biscotto o di un frutto ad esempio) perché la chetogenesi si possa bloccare e non c’è altra soluzione se non quella di ripartire da capo.

La dieta chetogenica dimagrante: i punti di forza

L’abolizione della fame

La cosa bella è che, passati i primi giorni e con l’avvio della chetosi, la fame viene abolita. Dunque il consiglio è quello di tener duro all’inizio perché poi l’adesione al piano alimentare diventa un’impresa più semplice.

La dieta chetogenica dimagrante: le false convinzioni

Chetosi o cheto-acidosi?

Tra i detrattori della dieta chetogenica c’è ancora chi sostiene che questa si associ a cheto-acidosi. La chetosi è un meccanismo fisiologico già descritto da , uno dei padri fondatori della biochimica moderna. In corso di chetosi il pH ematico resta stabile. La cheto-acidosi è per contro un evento patologico che può comparire nel diabete scompensato. In questo caso si ha una sensibile riduzione del pH ematico con rischio di vita per il paziente. Chetosi e cheto-acidosi sono due cose ben distinte.

La dieta chetogenica dimagrante: le false convinzioni

La dieta chetogenica è iperproteica?

Sono molti ancora quelli che pensano che dieta chetogenica e dieta iper-proteica siano sinonimi. In realtà non c’è niente di più sbagliato. La dieta chetogenica è invece normo-proteica (quantità di proteine pari a 1,2-1,5 per kg di peso desiderabile). Nelle diete chetogeniche basate sui soli alimenti le proteine derivano da tagli di carne o da pesci magri. L’uso delle proteine vegetali non sarebbe possibile se l’industria alimentare non avesse pensato ad isolare le proteine del pisello o della soia. Utilizzando questo prezioso ingrediente, privo di grassi saturi e di carboidrati semplici o complessi, l’industria alimentare ha preparato una serie di prodotti da forno che assomigliano a quelli tradizionali.

La dieta chetogenica dimagrante: le false convinzioni

La dieta chetogenica arreca danni a fegato e reni?

Non esistono evidenze del fatto che la dieta chetogenica possa arrecare danno a fegato e a reni. Ed è proprio negli ultimi tempi che alcuni nefrologi stanno adottando questo regime alimentare anche tra i pazienti con Insufficienza Renale Cronica (IRC). Del resto la gran parte dei soggetti con problemi renali presenta allo stesso tempo obesità e diabete.É proprio l’eccesso di zuccheri circolanti che, causando un danno a livello dei grandi e dei piccoli vasi (macrocircolo e microcircolo), finisce con il compromettere la funzione renale. Consapevoli della relazione di causalità tra obesità ed insufficienza renale, i nefrologi considerano il dimagrimento e la riduzione dei livelli di glicemia una priorità. Così mettendo sul piatto della bilancia da una parte i rischi e dall’altra i benefici, si esprimono a favore della dieta chetogenica .

Se è vero che le malattie cronico-degenerative sono su base infiammatoria, se è vero che l’infiammazione cronica di basso grado deriva da un’espansione della massa grassa, se è vero che in particolare il grasso viscerale produce citochine pro-infiammatorie che diffondendo attraverso il circolo ematico sono in grado di danneggiare organi ed apparati… allora siamo orientati a credere che una dieta ad azione anti-infiammatoria possa avere un effetto terapeutico. Alla dieta chetogenica viene attribuito un effetto anti-infiammatorio che non dipende dal solo dimagrimento ma anche dalla presenza tra i corpi chetonici dell’ acido beta-idrossibutirrico . Sono ormai numerosi i lavori scientifici in grado di dimostrare l’azione antinfiammatoria e antineoplastica di questa importante molecola.

Per quelli che sono arrivati alla fine… dieta chetogenica, il mantenimento

Il segreto è quello di una introduzione graduale dei carboidrati… prima qualche frammento di pane integrale (25-40 grammi), poi un pochino di frutta ed un paio di fette biscottate per la prima colazione. Il piano di proseguimento va stabilito sul singolo soggetto sotto la supervisione del medico o del biologo nutrizionista.

Il monito, qualora decidiate di adottare questo tipo di dieta, è quello di rivolgersi ad un professionista (è rigorosamente vietato il fai da te) che, previa visita e visione dei parametri ematici, stilerà un piano chetogenico personalizzato comprensivo di opportuna integrazione.

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scrive:
giugno 1, 2018 alle 10:36 pm

Molto interessante. Grazie

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